sabato 23 gennaio 2010

Babbo Natale e il carico di idiozia per gli inservienti Mediaworld (I parte)




Premessa: io odio il Natale.

Odio l'atmosfera del "siamo tutti più buoni" mentre ci si dirige dall'arrotino ad affilare i coltelli per l'anno venturo.
Odio la gentaglia per bene che va in giro con il cagnolino incappottato a comprare la quotidiana scatola di Cioppi Bau Deluxe con riso al curry e salmone delle Antille e poi, vedendo il mendicante all'angolo della strada, gli allunga una moneta da 50 centesimi ("a Natale siamo tutti più buoni"), ripulendosi la coscienza per altre cinquecentosessantasettemila scatolette.
Odio i cinepanettoni e i relativi produttori, probabilmente gli unici  per cui appoggerei una sospensione permanente della Convenzione di Ginevra.
Odio dover fare regali di Natale a gente di cui non me ne frega un cazzo, non tanto per la spesa, ma perchè ritengo che i doni andrebbero fatti col cuore, a coloro a cui tieni davvero.
Se avessi una nutrita collezione di zie, cugini, cognati e compagnia bella, odierei anche il megagigabolico cenone a cui inevitabilmente partecipa il parente più stronzo dell'intera genia, la cui unica occupazione nei restanti 364 giorni è stata trovare il modo perfetto di apparire ancora più insopportabile dell'anno precedente. Evviva la famiglia ristretta!

Oltre a tutto questo, e direi che sarebbe già sufficiente, quest'anno si è aggiunto un ennesimo fattore, ossia il colossale livello di stupidità dei commessi di Mediaworld nel periodo natalizio.


Milano. Il countdown all'orgia di auguri mi ricorda che mancano ormai pochi giorni all'Armageddon.

Grazie a dodici sedute dallo psichiatra, due settimane di corsi di "meditazione tecno-buddista", quattro bottiglie di rum raffinatamente invecchiato in botti di legno di papaya e rutto libero per tutta la durata dell'operazione, nella mia mente si è magicamente formato ciò che le forze cosmiche mi impongono essere il regalo per l'ultima persona della lista.

Un magnifico box porta-cd blu a sessanta posti.

Ovviamente, se a Milano cerchi un qualcosa che abbia lontanamente a che fare con la tecnologia, il posto dove hai buone possibilità di trovarlo è Mediaworld, la patria degli smanettoni, il paradiso degli assatanati di musica rock, il Nirvana dei fan dell'HD eccetera eccetera eccetera; con in mente queste considerazioni, mi dirigo fiducioso verso il punto vendita di dimensioni elefantiache più vicino.

Mi accorgo che non è stata una buona idea: nel suddetto negozio la sezione distaccata del CERN sta tenendo un esperimento di astrofisica, volto a ricreare le condizioni iniziali del Big Bang; lo scopo è concentrare tutti gli atomi della popolazione milanese in un solo punto, e devo dire che gli sta riuscendo abbastanza bene.

Non avendo un machete con cui farmi strada tra il groviglio di braccia, gambe e altre appendici comunque poco utilizzate, tipo la testa, arranco faticosamente fra la marmaglia, tenendomi bene a distanza dalle zone dove il pericolo è maggiore (tipo il reparto telefonini).

Non avrei bisogno di chiedere a chicchessia, visto che conosco già il luogo dove il mio oggetto del desiderio è solitamente esposto; sfortunatamente però, è rimasta unicamente la copia espositiva, senza uno straccio di scatola in cui infilarla e avviarmi fischiettando alla cassa.

Dopo venticinquemila bracciate, approdo finalmente nel mitico "punto informazioni" più vicino, quello del reparto computer e assimilati.

Dopo una serie di esperienze presso Mediaworld, ho dedotto che tali luoghi hanno una specie di effetto magnetico inverso nei confronti dei simpatici omini vestiti di rosso che ti dovrebbero guidare, mano nella mano, nel processo di acquisto: che sia Natale, Pasqua o un giorno qualunque dell'anno, quel punto sarà sempre inevitabilmente vuoto, e in caso contrario, il malcapitato inserviente che si trova a passare di lì viene subito preso d'assalto da una turba di seguaci del consumismo più estremo.

Ripetendo un mantra zen insegnatomi da un monaco buddista durante la coda al casello di Milano Certosa alle 8.30 del mattino, aspetto pazientemente l'appartizione mistica dell'incaricato, e in secundis il mio lento avanzamento nella classifica dell'"adesso serviamo".

Senza tanti giri di parole, il simpatico giovanotto mi dice che la classe merceologica del mio regalo è di competenza del reparto hi-fi. Bestemmiando in uiguro mi reco all'altro punto informazioni, utilizzando una chitarra elettrica per farmi largo tra la folla a mazzate.

Miracolosamente, nel punto hi-fi trovo non uno, ma due inservienti che chiaccherano beatamente, ignari della carneficina in svolgimento attorno a loro; alla mia supplichevole richiesta di aiuto adducono una serie di imprecisate "mansioni" da compiere e scappano via.

Di solito non me la sento di infierire sulla categoria, visto che probabilmente Mamma Mediaworld ha infilato loro una tuta rossa e con la promessa di due olive denocciolate al mese di stipendio li ha scaraventati nei suoi punti vendita senza dargli una chiara spiegazione di cosa si supponeva facessero.
Il punto di rottura, però, in questo momento è molto vicino.

A salvare in corner la situazione arriva un terzo commesso che gentilmente mi chiede di cosa abbia bisogno; mentalmente promettendo alla Madonna di accendere un cero di sei metri nel Duomo, spiego la mia richiesta.

"Certamente, controllo subito se abbiamo qualche scorta!" esclama il cortese giovanotto, armeggiando con un software che mi ricorda i tempi del mio primo computer Olivetti, quando la parola windows valeva solo come traduzione per "finestre".

"Sono rimasti 10 pezzi", risponde dopo la delicata operazione, "vado a prendertelo". Olè, penso, anche quest'anno ce la siamo cavata senza soffrire troppo.

Ovviamente parlavo troppo presto.

Tempo una dozzina di minuti, e il commesso torna con l'aria sconsolata.

"Mi.. mi dispiace, non riesco a trovarlo."

Che cosa si può rispondere ad una simile ammissione di impotenza? In quel mentre avrei voluto tirar fuori un discorso del tipo: "Gentile signore, per come si è messa la situazione, io vedo solo tre ipotesi; o il magazziniere è un cercopiteco ammaestrato e ha collocato i prodotti alla cazzo di cane, o lei (e i suoi colleghi) formate un cervello in dieci, o entrambe le cose. Ad ogni modo, che razza di utilità ha un sistema di archiviazione che indica le cose quando non ci sono?"

Ma mentre le mie labbra assumevano la posizione a stantuffo della "G", nella mia mente si è materializzato il pensiero delle due olive denocciolate; il serbatoio empatico si riempe ancora una volta, per oggi niente sfuriata.

"G....razie lo stesso." Mormoro avviandomi sconsolato verso l'uscita.


Vi risparmierò le annose fatiche fra Mondadori Megastore, Euronics e assimilati alla ricerca del magico artefatto; diciamo che a metà della giornata capisco che esiste solo un posto dove posso trovare il mio oggetto del desiderio.

Bestemmiando tra i denti prendo macchina e faccio rotta verso sud di Milano. Verso Tamarrolandia.

(Continua)

Nota a margine: questo post sarebbe dovuto essere pubblicato subito dopo Natale, ovviamente. Menate varie ne hanno impedito la scrittura fino ad ora: prendetelo come un regalo, se vi fa schifo riciclatelo pure che non lo cambio.

venerdì 18 dicembre 2009

Sì, anche tu puoi essere un genio incompreso!



Lo spunto mi è venuto leggendo questo meraviglioso resoconto di Diego Cajelli (qui e qui).

Cajelli, per chi non lo sapesse, è uno sceneggiatore di fumetti e uno scrittore, un professionista con diversi anni di lavoro alle spalle.
E' quindi logico che, come accade a tutte le persone che acquisiscono una certa esperienza nel loro ramo, si facciano avanti al suo cospetto i cosiddetti esordienti, gente che vorrebbe entrare nel settore e che perciò chiede consigli a chi ci lavora già con successo.
E' comprensibile, succede per una marea di categorie, dai medici agli avvocati, dai cuochi agli attori (ebbene sì, anche a quelli dei set porno).

Il problema è che il mondo dell'editoria / dei fumetti è completamente diverso da gli altri fronti professionali sopracitati, per tutta una serie di motivi.

Innanzitutto è appurato, tramite rapporti del Censis, ricerche di mercato, interviste telefoniche e sondaggi porta a porta, che quasi il cinquanta per cento degli italiani, messo di fronte a un libro, ha la stessa reazione di un uomo di Neanderthal infilato di soppiatto nel CERN di Ginevra.
Per questo quasi-cinquanta-per-cento, il libro è un oggetto mistico, lontano retaggio dei tempi della scuola, un criptico artefatto evidentemente riservato ad una ristretta cerchia di eletti, un po' come i primi cristiani che avevano adottato il simbolo del pesce per rappresentare Cristo ed evitare di essere nominati dalle autorità romane per un ben poco entusiasmante reality show di cinque minuti in una arena con dodici leoni.

L'altro poco-più-del-cinquanta-per-cento, invece, legge lo spasmodico ammontare di almeno un libro all'anno (ullallà); in pratica, se hai comprato la lavastoviglie nuova e hai preso due giorni di ferie per 1) capire dove, nel mastodontico manuale di istruzioni in diciottomila lingue, si trova la parte in italiano; 2) leggere lo stramaledetto suddetto manuale e capire dove si trova la altrettanto stramaledetta funzione a pieno carico, insomma, se hai eseguito queste due semplici operazioni, beh, congratulazioni!, sei appena diventato un lettore!

A fronte di questi entusiasmantissimi dati, abbiamo gli aspiranti scrittori. Ora, il senso economico di mia nonna mi dice che a fronte di non abbondante domanda, non abbondante dovrebbe essere l'offerta.
Al contrario, da quanto mi riferiscono alcuni miei amici che lavorano in case editrici, queste ultime sono perennemente sommersi di manoscritti, file pdf di dieci terabyte l'uno, antologie cartonate e rilegate con capolettera miniati in oro, preziosi saggi con copertina di pelle di coccodrillo.
In pratica, il numero di aspiranti scrittori è paragonabile solo a quello delle future sculettatrici a Striscia la Notizia e dei tronisti palestrati spacciatori di nulla nel salotto televisivo della De Filippi.

Nel romanzo "La cura del Gorilla" di Sandrone Dazieri c'è un personaggio di nome Raffaele, che fa il caporedattore in una casa editrice; gli arrivano almeno dieci manoscritti di esordienti al giorno, uno peggio dell'altro, e lui leggendoli stila una classifica dei loro autori classificandoli in pazzi, molto pazzi e pazzi pericolosi (in quest'ultima categoria trova posto anche l'ideatore dell'investigatore vampiro).
Il terrore più profondo di Raffaele è il seguente:
Da qualche tempo ho il medesimo incubo. Sogno che venga la guerra nucleare, e che per un miracolo di tutto quello che è stato scritto nel mondo si salvino solo queste schifezze. I nostri discendenti penserebbero che questa era letteratura, invece che merda, merda e merda.
E fin qui siamo ad un fenomeno noto. Non a caso, visto che in Italia scarseggiamo di santi autentici e che  persino i navigatori stanno scemando, era logico che i poeti (o aspiranti tali) in qualche modo compensassero.

Prima di leggere il resoconto di Cajelli, tuttavia, io pensavo che questi esordienti si accostassero all'affermato professionista con una certa umiltà e un qualsivoglia desiderio di imparare qualcosa. Magari ossessivi, spesso rompicoglioni, ma almeno con una certa dose di rispetto e anche un pizzico di soggezione per chi quel mestiere lo fa da anni.

Invece no.
Il povero Dante, se fosse vissuto ai giorni nostri, si sarebbe senza dubbio trovato molto perplesso di fronte ad una turba di signori nessuno che proponevano correzioni, aggiunte, tagli alla Divina Commedia.
"Carino, ma un po' troppo lungo, specialmente la parte del Paradiso, così barbosa..."
"Che volgarità quel Barbariccia che scoreggia!"
"Notevole, senza dubbio. Certo, se nel XVIII canto del Purgatorio avessi aggiunto queste mie milleduecento sestine...."

Ed ecco quindi che sono arrivato a formulare non una, ma ben due conclusioni fondamentali riguardanti lo sterminato mondo degli aspiranti scrittori: 

Legge del criticismo letterario inverso: 
Data un'opera X, l'ammontare di suggerimenti non richiesti, di critiche distruttive nonchè imbecilli, e di altri commenti che hanno l'inequivocabile significato di "io l'avrei scritto meglio", è inversamente proporzionale all'effettiva capacità di realizzare un lavoro migliore di X. 

Teorema della persecuzione editoriale disproporzionale: 
L'effettivo talento di un aspirante scrittore è inversamente proporzionale al numero di porte in faccia ricevute dalle case editrici, elevato per il numero di occasioni in cui il suddetto esordiente ha avuto modo di lamentarsi del trattamento subito e/o ribadire il proprio incommensurabile genio letterario.

Tutto questo nel paese in cui appena il cinquanta per cento della popolazione legge almeno un libro all'anno.

Staranno tutti leggendo il proprio.

lunedì 14 dicembre 2009

Quante lettere devo cambiare a "Duomo" per arrivare a "Reichstag"?




Per la seconda volta consecutiva, mi riduco a postare pseudo-freddure del cavolo che non fanno ridere nessuno; almeno Spinoza non ha (ancora) pubblicato nulla e perciò non ho ansia da prestazione, che in questo caso è come fare a gara di chi ce l'ha più lungo con un Sudanese.

Finiti i miei impegni personali, alla faccia di chi pensa che non abbia un tubo da fare, tornerò su questi schermi con un classico post lungo sui fan di Fabrizio Corona o sul Natale. O entrambi.

Nel frattempo, leggendo i seguenti commentini al discorso di SuperSilvio a Milano, ricordatevi del motto di questo blog: se non fa ridere, almeno gli stitici mi ringrazieranno.

P.S. L'immagine non c'entra assolutamente un cazzo.


"Non dovete credere alle fabbriche del fango, dell'invidia, dell'odio"
Molto meglio le feltriane fabbriche di merda.

"Stiamo uscendo bene dalla crisi, meglio di altri paesi europei"
Albania, Islanda, Bielorussia, Macedonia...

"La sinistra è ancora fortemente impregnata nei principi del marxismo"
Fatelo sapere alla compagna Bindi.

"Vorreste trasformare l'Italia in una piazza urlante, che inveisce, che insulta, che condanna... vergogna, VERGOGNA, VERGOGNA!"
A quanto pare, ci sono riusciti benissimo.

"Abbiamo arrestato il numero Due e numero Tre delle organizzazioni mafiose"
L'Uno è sul palco.

Per quanto riguarda l'aggressione con statuetta da parte di Massimo Tartaglia, Berlusconi nonostante tutto può considerarsi fortunato: nel '33 almeno il Reichstag se l'erano dovuto incendiare da soli. 
Altri tempi, senza souvenirs del Duomo di Milano nelle bancarelle e, soprattutto, senza idioti con libero accesso su Facebook.


P.S. Spinoza ha pubblicato. Vado ad impiccarmi con la catena del water.

martedì 1 dicembre 2009

Notizie dal mondo: croci a posteriori





  • La Lega propone di aggiungere la croce sulla bandiera italiana. E poi pulircisi il culo.
  • Gli Svizzeri dicono no ai minareti e sì al commercio di armi. Buone notizie per la bilancia commerciale:  oltre i razzisti da esportazione, abbiamo evidentemente anche i cretini da esportazione.
  • Il poetico killer delle mani mozze afferma di essersi convertito all'Islam. Manca solo che si tinga di nero e copii qualche frase di Fini per fare l'en plein in simpatia percepita dal Paese.
  • Il sindaco di Cocquio Trevisago è però sollevato: "l'assassino non è uno di noi, abita a nove chilometri da qui". Anche da me quelli del civico 7 sono dei poco di buono.
  • Intensa missione diplomatica di Berlusconi: prima dal sovrano Adbullah in Arabia Saudita, poi da Lukashenko in Bielorussia. Gli manca solo Kim Jong-il, Than Shwe, Kabila e Mugabe per completare la raccolta di figurine.
  • A dire il vero, mancherebbe anche Castro, ma Silvio ha fatto sapere che da lui non ci andrà: è comunista.
  • Alla sbarra l'ultimo aguzzino nazista. Per farlo durare fino alla fine del processo il tribunale tedesco ha predisposto l'ibernazione.

domenica 22 novembre 2009

Dai un calcio alla droga. E all'entusiasmo





In attesa dei misteriosi segreti del computer della Brendona, che tanto quello vero se lo sono portato via e l'unica cosa di compromettente sono i filmati di Gasparri che guarda i Teletubbies, ecco a voi una intercettazione che mostra i retroscena di un video azzeccatissimo sulla droga; nel senso che chi lo guarda si deve fare una pera per non tagliarsi le vene dalla depressione.


- E daje...
- No, nun ce pensa' proprio, lasciame stà...
- E daje, ma che te costa, dico io...
- E' che nun lo vojo fa', e basta. Me fa' sentì cojone.
- Ma nun ce pensi che faresti un opera bbona?
- Ma che te stai a di'? Nun dirmi che ce credi sur serio a 'sta minchioneria der sociale...
- Parli facile te, che nun te sei mai trovato duegentomila seguaci der Moige sotto l'ufficio...
- Ma quando t'è successo?
- Era quanno lavoravo per la televisione, e avevo messo in programmazione ir film dei du'cauboi froci sur la prima serata.
- Embè?
- Sono arrevati 'sti battajoni de scalmanati con dei crogefissi de tre metri, e hanno comincia' a spacca' tutto, li mortacci loro. E me hanno fatto recita' la parte der protagonista der film. Quello passivo.
- Famme capì, sono gli stessi che stanno a pensa' che se faccio la comparsa in tivvu e dico du' cojonate, i ggiovani la piantano de drogarsi?
- Sì.
- Nun m'importa, domani faccio finta de infortunarmi, me ne vado a Sciarm e Sceicc, e ggià che ce sono finisco ir secondo libro mio de barzellette.
- Nun hai capito. Guarda fori de la finestra.
- Ah, li mortacci, son loro, con i crogifissi! Ma nun avevi detto tre, de metri?
- Devono essere annati a un trepperdue, perchè ora so' de cinque. Comunque nun ciai scelta, lo capisci o none?
- Vabbene, ma che devo di' in questo firm, che io so' 'na capra a recita'...
- Ma devi di' quarche frasetta cojona der tipo "la droga te spegne" oppure "stanotte dì sì alla vita"...
- "Dai un carcio alla droga" po' anna' bene?
- Va bbene, va bbene, ma c'hai da dirlo anche agli amici tuoi, e metterci entusiasmo quanno lo dici, senno' se vede che nun te ne frega un cazzo.
- Occhei, ma fà allontare sti scalmanati, che alla verginità anale ce tengo, nun so se me spiego.
- Vabbene, però me raccomando, entusiasmo, eh?
- Tutto l'entusiasmo del monno, tranquillo.




giovedì 19 novembre 2009

Recensione: Pioggia di demoni - Dampyr 116




Pioggia di demoni
Dampyr N. 116

Novembre 2009


Soggetto e sceneggiatura:
Mauro Boselli

Disegni:
Luca Rossi








Sinossi
Un bambino trascorre la sua fanciullezza in un allegrissimo orfanotrofio, dove impara a sezionare cervelli, a non chinarsi per raccogliere saponette durante la doccia e a resistere ai terribili esperimenti a cui è sottoposto, fra cui mangiare cereali all'uranio impoverito e guardare la puntata quotidiana di Amici senza poter prendere a calci il televisore dopo cinque secondi.

Nonostante la lieta esperienza, decide di scappare la volta che il direttore gli ebbe ciulato tutte le sue copie di Topolino e di GQ, lasciandolo solo con i suoi onanistici pensieri. Fortunatamente, nella prima classe di una carrozza Trenitalia, si siede sul pagliericcio accanto al cugino scapestrato di Diabolik, che gli offre il suo campionario da vendere in giro.

Il tizio diventa così venditore di parafulmini, ma si accorge presto che non riuscirà mai a guadagnarci una lira, visto che, conciati come sono, sembrano usciti dal Giudizio Universale di Hieronymus Bosch. Intuendo che con un simile orrore in casa, qualunque fulmine di buon gusto ridurrebbe qualsiasi edificio in cenere, decide di tornare dal suo orfanotrofio abbandonato per raderlo al suolo definitivamente.
Nel frattempo, giusto per compiere un po' di distruzione insensata, regala i parafulmini in giro, compiendo così un'opera buona, visto che i beneficiari saranno un fratello e una sorella impegnati in un rapporto incestuoso, un vecchio porcone con sette mogli (le quali, non essendo lui Richard Gere, sono dei catorci ambulanti frigidi tranne un paio), un albergatore che non si faceva mai i cazzi suoi e un elettore della Lega.

Arrivato nell'orfanotrofio, si confronta con l'ormai centenario direttore: lo scontro sembra volgere al peggio, ma il nostro riesce ad avere la meglio mostrando al vegliardo la bolletta della luce (mai pagata) dell'orfanotrofio, che grazie all'assiduo uso dell'elettroshock per 36 ore al giorno aveva ormai superato il debito pubblico italiano.


Se vi state chiedendo cosa facesse Harlan, il protagonista, la risposta è: niente, occupato com'era a respingere le velate proposte indecenti di una zittellona incallita, che sarà pure ringiovanita grazie ad un incantesimo vudù, ma sempre zittellona rimane.


La lezione di vita  
In un fumetto horror, quando qualcuno sfodera un sorriso a centoventisei denti, non lo fa perchè è felice. Corri da un esorcista.


Disclaimer per le anime semplici: Ovviamente quella che avete letto non è la vera trama del fumetto, ma solo una libera interpretazione personale attraverso le lenti della mia mente bacata. Se non l'avevate capito, andate anche voi a togliere parafulmini durante un temporale.

domenica 15 novembre 2009

Il cappello del cuoco, ovvero incarnare gli stereotipi




Come sapranno quei due lettori e tre quarti che mi leggono sin dagli albori di questo blog, guardare il Grande Fratello non è esattamente una esperienza piacevole per me, e solitamente vivo benissimo la mia vita senza sapere nulla di chi sia stato eliminato, di chi si sia scopato chi (o cosa), di chi abbia fatto le corna a chi e di chi abbia scazzato, litigato, triturato, ammazzato, lobotomizzato, maneggiato, atterrato, pasticciato chi, allegramente al di fuori del consorzio sociale.

Tuttavia, qualche giorno fa ho letto un post di Faina Incazzosa dove si perculava, a ragione, il tipo che appare nel video qui sopra. Per la salute dei vostro unico neurone che gioca a ping-pong solo soletto nella scatola cranica, vi assicuro che non è necessario guardarlo tutto, ma bastano pochi millisecondi per farsi un'idea.

Il tizio oggetto dello sbeffeggio collettivo è un maschio bianco di nome Maicol. Poveretto, con un nome così, aveva già il destino segnato sull'autostrada della demenza che porta dritta dritta al realiti sciou.

Maicol è anche gay. Dopo averlo sentito parlare, la cosa dovrebbe risultare ovvia, ma è proprio questa la cosa che mi sconvolge.


Facciamo un esempio pratico: il cuoco.
Se guardate su tutti i disegni dei bambini, su tutti i fumetti, in tutti i film, in tutte le televendite (ehi, Chef Tony, sto parlando di te), in tutti i libri di cucina, il cuoco-tipo, quello vero, quello veramente bravo, indossa sempre il famoso cappello bianco con quella specie di rigonfiamento alla cima.

Ora, in tutti i luoghi di ristorazione dove sono stato, non ho mai visto un affare del genere; ho visto grembiuli unti, camicie bianche, t-shirt con scritto "kiss the cook", pantaloni, jeans, scarpe, ciabatte, pelate, folte capigliature, anche qualche cappellino da baseball in qualche mensa di serie Z.
Ma niente cappello da cuoco.

Eppure lo stereotipo del cuoco, il cuoco-tipo, indossa sempre quel cappello, e non se ne separa mai, nemmeno per fare la doccia o andare a scalare l'Everest; d'altra parte, se vedessi uno cuoco vero con quel benedetto cappello, la cosa mi stupirebbe.


Il problema si manifesta in maniera speculare nel caso di Maicol.
Maicol è l'incarnazione del gay-tipo, non solo per la vocetta, ma anche per "lo stile eccentrico e colorato" e "gli accessori bizzarri e stravaganti" (da sito GF). Insomma, il classico tipo su cui i TG zoomano nel servizio sul Gay Pride.

Il problema è che io, a differenza di Faina, di amici omosessuali ne ho. E sono certo che se vedessero Maicol in azione gli farebbero fare il giro del mondo a forza di pedate nel posteriore.

Mi immagino già il paziente lavoro dei selezionatori che, una volta decisa la presenza di un omosessuale nel programma, si sono adoperati per scartare tutte le figure che si allontanavano troppo dal gay-tipo:

- Il prossimo.
- (forte accento lombardo, giacca e cravatta) Mi chiamo Claudio Fumagalli, ho trentacinque anni, vivo in provincia di Brescia assieme al mio compagno da sei anni e sono Direttore del Personale di una ditta di materie plastiche.
- Avanti un altro!
- (voce normale, maglietta e jeans) Mi chiamo Andrea Dalla Monica, ho ventitrè anni e sono studente di architettura a Perugia; sono appassionato di rugby e collaboro alle attività della sede Arcigay locale.
- Avanti un altro!
- (voce in falsetto, maglione stile Arlecchino con paillettes e pantaloni arancioni) Ciao! Sono Maicol Berti, ma tu puoi chiamarmi Miky; andare al GF è il mio sogno sin da picc...
- Dite a quelli fuori di tornare pure a casa, abbiamo trovato quello buono.


E così, non posso far altro che rivolgere la mia sincera ammirazione agli organizzatori del Grande Fratello. Perchè creare gli stereotipi è facile, è incarnarli, che è difficile.
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