sabato 23 gennaio 2010

Babbo Natale e il carico di idiozia per gli inservienti Mediaworld (I parte)




Premessa: io odio il Natale.

Odio l'atmosfera del "siamo tutti più buoni" mentre ci si dirige dall'arrotino ad affilare i coltelli per l'anno venturo.
Odio la gentaglia per bene che va in giro con il cagnolino incappottato a comprare la quotidiana scatola di Cioppi Bau Deluxe con riso al curry e salmone delle Antille e poi, vedendo il mendicante all'angolo della strada, gli allunga una moneta da 50 centesimi ("a Natale siamo tutti più buoni"), ripulendosi la coscienza per altre cinquecentosessantasettemila scatolette.
Odio i cinepanettoni e i relativi produttori, probabilmente gli unici  per cui appoggerei una sospensione permanente della Convenzione di Ginevra.
Odio dover fare regali di Natale a gente di cui non me ne frega un cazzo, non tanto per la spesa, ma perchè ritengo che i doni andrebbero fatti col cuore, a coloro a cui tieni davvero.
Se avessi una nutrita collezione di zie, cugini, cognati e compagnia bella, odierei anche il megagigabolico cenone a cui inevitabilmente partecipa il parente più stronzo dell'intera genia, la cui unica occupazione nei restanti 364 giorni è stata trovare il modo perfetto di apparire ancora più insopportabile dell'anno precedente. Evviva la famiglia ristretta!

Oltre a tutto questo, e direi che sarebbe già sufficiente, quest'anno si è aggiunto un ennesimo fattore, ossia il colossale livello di stupidità dei commessi di Mediaworld nel periodo natalizio.


Milano. Il countdown all'orgia di auguri mi ricorda che mancano ormai pochi giorni all'Armageddon.

Grazie a dodici sedute dallo psichiatra, due settimane di corsi di "meditazione tecno-buddista", quattro bottiglie di rum raffinatamente invecchiato in botti di legno di papaya e rutto libero per tutta la durata dell'operazione, nella mia mente si è magicamente formato ciò che le forze cosmiche mi impongono essere il regalo per l'ultima persona della lista.

Un magnifico box porta-cd blu a sessanta posti.

Ovviamente, se a Milano cerchi un qualcosa che abbia lontanamente a che fare con la tecnologia, il posto dove hai buone possibilità di trovarlo è Mediaworld, la patria degli smanettoni, il paradiso degli assatanati di musica rock, il Nirvana dei fan dell'HD eccetera eccetera eccetera; con in mente queste considerazioni, mi dirigo fiducioso verso il punto vendita di dimensioni elefantiache più vicino.

Mi accorgo che non è stata una buona idea: nel suddetto negozio la sezione distaccata del CERN sta tenendo un esperimento di astrofisica, volto a ricreare le condizioni iniziali del Big Bang; lo scopo è concentrare tutti gli atomi della popolazione milanese in un solo punto, e devo dire che gli sta riuscendo abbastanza bene.

Non avendo un machete con cui farmi strada tra il groviglio di braccia, gambe e altre appendici comunque poco utilizzate, tipo la testa, arranco faticosamente fra la marmaglia, tenendomi bene a distanza dalle zone dove il pericolo è maggiore (tipo il reparto telefonini).

Non avrei bisogno di chiedere a chicchessia, visto che conosco già il luogo dove il mio oggetto del desiderio è solitamente esposto; sfortunatamente però, è rimasta unicamente la copia espositiva, senza uno straccio di scatola in cui infilarla e avviarmi fischiettando alla cassa.

Dopo venticinquemila bracciate, approdo finalmente nel mitico "punto informazioni" più vicino, quello del reparto computer e assimilati.

Dopo una serie di esperienze presso Mediaworld, ho dedotto che tali luoghi hanno una specie di effetto magnetico inverso nei confronti dei simpatici omini vestiti di rosso che ti dovrebbero guidare, mano nella mano, nel processo di acquisto: che sia Natale, Pasqua o un giorno qualunque dell'anno, quel punto sarà sempre inevitabilmente vuoto, e in caso contrario, il malcapitato inserviente che si trova a passare di lì viene subito preso d'assalto da una turba di seguaci del consumismo più estremo.

Ripetendo un mantra zen insegnatomi da un monaco buddista durante la coda al casello di Milano Certosa alle 8.30 del mattino, aspetto pazientemente l'appartizione mistica dell'incaricato, e in secundis il mio lento avanzamento nella classifica dell'"adesso serviamo".

Senza tanti giri di parole, il simpatico giovanotto mi dice che la classe merceologica del mio regalo è di competenza del reparto hi-fi. Bestemmiando in uiguro mi reco all'altro punto informazioni, utilizzando una chitarra elettrica per farmi largo tra la folla a mazzate.

Miracolosamente, nel punto hi-fi trovo non uno, ma due inservienti che chiaccherano beatamente, ignari della carneficina in svolgimento attorno a loro; alla mia supplichevole richiesta di aiuto adducono una serie di imprecisate "mansioni" da compiere e scappano via.

Di solito non me la sento di infierire sulla categoria, visto che probabilmente Mamma Mediaworld ha infilato loro una tuta rossa e con la promessa di due olive denocciolate al mese di stipendio li ha scaraventati nei suoi punti vendita senza dargli una chiara spiegazione di cosa si supponeva facessero.
Il punto di rottura, però, in questo momento è molto vicino.

A salvare in corner la situazione arriva un terzo commesso che gentilmente mi chiede di cosa abbia bisogno; mentalmente promettendo alla Madonna di accendere un cero di sei metri nel Duomo, spiego la mia richiesta.

"Certamente, controllo subito se abbiamo qualche scorta!" esclama il cortese giovanotto, armeggiando con un software che mi ricorda i tempi del mio primo computer Olivetti, quando la parola windows valeva solo come traduzione per "finestre".

"Sono rimasti 10 pezzi", risponde dopo la delicata operazione, "vado a prendertelo". Olè, penso, anche quest'anno ce la siamo cavata senza soffrire troppo.

Ovviamente parlavo troppo presto.

Tempo una dozzina di minuti, e il commesso torna con l'aria sconsolata.

"Mi.. mi dispiace, non riesco a trovarlo."

Che cosa si può rispondere ad una simile ammissione di impotenza? In quel mentre avrei voluto tirar fuori un discorso del tipo: "Gentile signore, per come si è messa la situazione, io vedo solo tre ipotesi; o il magazziniere è un cercopiteco ammaestrato e ha collocato i prodotti alla cazzo di cane, o lei (e i suoi colleghi) formate un cervello in dieci, o entrambe le cose. Ad ogni modo, che razza di utilità ha un sistema di archiviazione che indica le cose quando non ci sono?"

Ma mentre le mie labbra assumevano la posizione a stantuffo della "G", nella mia mente si è materializzato il pensiero delle due olive denocciolate; il serbatoio empatico si riempe ancora una volta, per oggi niente sfuriata.

"G....razie lo stesso." Mormoro avviandomi sconsolato verso l'uscita.


Vi risparmierò le annose fatiche fra Mondadori Megastore, Euronics e assimilati alla ricerca del magico artefatto; diciamo che a metà della giornata capisco che esiste solo un posto dove posso trovare il mio oggetto del desiderio.

Bestemmiando tra i denti prendo macchina e faccio rotta verso sud di Milano. Verso Tamarrolandia.

(Continua)

Nota a margine: questo post sarebbe dovuto essere pubblicato subito dopo Natale, ovviamente. Menate varie ne hanno impedito la scrittura fino ad ora: prendetelo come un regalo, se vi fa schifo riciclatelo pure che non lo cambio.



9 commenti:

  1. non fai molto ridere!

    RispondiElimina
  2. Si fa quel che si può.
    Ad ogni modo, il parere degli inservienti Mediaworld non conta.

    RispondiElimina
  3. In attesa della seconda parte, poi riprendi a scrivere con più costanza, che apprezziamo°°°/!

    P.S.: io sarei andato all'essedishop o in altri posti più economici del m3rdaworld, mh...

    RispondiElimina
  4. Ma per leggere la seconda parte chi devo far fuori?

    RispondiElimina
  5. Abbiate pazienza, mio fedele pubblico: in questo periodo ho un po' di menate da vita reale (buone notizie, per carità, ma sempre menate sono); la seconda parte è quasi pronta e in arrivo. E riprenderò anche a ricommentare i blog degli altri!

    RispondiElimina
  6. Mentre attendiamo:

    http://tinyurl.com/yaree54

    RispondiElimina

Se hai qualcosa di abbastanza puerile, faceto e privo di senso da dire, accomodati.